Perché non dovresti MAI “liberare” il tuo pesce rosso

Elaborare pensieri del tipo:

-“Poveri pesci, rinchiusi in piccoli acquari, quando dovrebbero poter nuotare in immense distese d’acqua e trovare un “branco” a cui aggregarsi!”

è qualcosa che è capitato a tanti acquariofili in erba, e succede anche a chi non è un appassionato di questo splendido hobby. Vedere centinaia di pesciolini stretti in piccoli acquari nei negozi può suscitare un (più che comprensibile) sentimento di pietà. Ma l’idea di liberare un pesce in natura, di qualunque specie quest’ultimo sia, è una delle cose più sciocche che ci possa attraversare il cervello.

Capita spesso di trovare neofiti che, con pesci già a carico in sistemazioni inadeguate, decidono di liberare i propri animali in torrenti, fiumi o laghi. Il risultato è duplice: da un lato, un deprecabile sentimento di gioia ed estrema superiorità morale da parte dell’ex proprietario, dall’altro, la modificazione radicale di un ambiente delicato, e la sua probabile distruzione. Qualcosa di irreparabile.

Ma andiamo con ordine, e iniziamo a parlare – in linea generale e semplificata – dell’ambiente italiano.

La biodiversità in Italia

Secondo i dati dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale italiano (da qui in avanti, ISPRA), sul territorio italiano abitano permanentemente oltre 58 000 specie animali. È il numero più alto in assoluto in Europa, ed è dovuto principalmente alla grandissima diversità paesaggistica italiana: nella nostra bella penisola abbiamo ambienti marittimi, montani a bassa ed alta quota, pianure, lagune, foreste di ogni genere, e perfino canyon e un paio di aree desertiche, localizzate in Toscana e in Sardegna.

Insomma, la varietà climatica e paesaggistica italiana è veramente qualcosa di eccezionale, che tutti noi dovremmo contribuire a proteggere e promuovere.

Tornando a noi: circa il 10% di tutta la popolazione animale autoctona italiana (5500 specie) è costituita da specie che popolano i corsi d’acqua dolce, i laghi, le foci salmastre. Una buona fetta di questo prezioso patrimonio è costituita, naturalmente, da piccoli o grandi invertebrati e protozoi, creature invisibili eppure fondamentali nell’equilibrio ecologico di qualunque ambiente. Una piccola parte di queste 5500 specie d’acqua dolce è costituita da pesci, come ad esempio le nostranissime (e malauguratamente in costante diminuzione) alborelle, i cavedani, le tinche.

Se ci stanno bene quei pesci potrà viverci bene anche il mio pesce rosso, quindi lo libererò!

No. Ripetiamo: assolutamente no. Il problema è, detto in maniera spiccia, che i pesci rossi sono capaci di adattarsi a qualunque condizione ambientale, e una volta liberati inizieranno a mangiare qualunque cosa senza nessun ritegno. Ma non è finita qui: il tasso di riproduzione dei pesci rossi è estremamente elevato; una coppia fertile può riempire con diverse centinaia di pesci giovani un intero stagno in una sola stagione, pesci ingordi, voraci e dalla crescita rapidissima, che dopo soli due anni di vita saranno capaci di generare nuova prole.

Avete presente l’ottava piaga d’Egitto, dal famoso episodio biblico? Lo sciame di cavallette, che distrusse in poche ore tutti i raccolti, mangiando ogni singola pianta, condannando un intera popolazione alla fame più nera.

Qui parliamo di qualcosa di molto, molto simile, ma peggiore, perché una volta iniziata, l’epidemia sarà difficilissima da eradicare con i nostri miseri mezzi umani. E complice il completo e vergognoso disinteresse delle istituzioni alle tematiche ambientali, la missione diventa semplicemente impossibile.

Ma dai, che danni può fare? Mangia perché deve vivere…

È una delle obiezioni più frequenti, e perdonate, è un’idiozia.

Il pesce rosso inizierà a nutrirsi della fauna bentonica lacustre o fluviale: quei piccoli invertebrati, vermi o molluschi, che può trovare sui fondali.
Ma le uova degli altri pesci e degli anfibi sono assolutamente troppo ghiotte: il delizioso cric croc di un po’ di caviale fresco è irresistibile, e come evitare di mangiare avannotti, girini, il tutto condito da deliziose erbe fresche?

Il luculliano – e quotidiano – banchetto ha un unico risultato: fare sparire completamente tutte le altre forme di vita presenti nella zona, grazie alla perizia nel nutrirsi di uova e avannotti. Niente più rane, né rospi, né tinche, né libellule o salamandre, nulla.

Ma ovviamente il quadro è di gran lunga peggiore, perché il pesce rosso, naturale distruttore di mondi, non è solo un ghiottissimo gourmet, ma anche un possibile portatore di malattie e parassiti letali per la nostra fauna autoctona. Ciò che non viene mangiato, probabilmente morirà comunque, torturato da un qualche tipo di lunga – e dolorosa – malattia.

Ma online ho letto che gli ANIMALI DEVONO ESSERE LIBERI

Probabilmente in questo paragrafo leggerete una punta d’asprezza, e sì, è esattamente quel che desidero comunicare.

La sempre crescente diffusione di una coscienza ecologica nella cittadinanza italiana è qualcosa di decisamente auspicabile. Ma naturalmente non potevamo farci mancare alcune storture assolutamente incredibili, tifoserie idiote, o la volontà di identificarsi con un gruppo tanto forte da annullare qualunque possibile senso critico, se mai c’è stato.

“ANIMALI LIBERI” è un motto adottato da alcune frange animaliste più o meno estremiste, che desiderano porre completamente fine a ogni genere di sfruttamento degli animali, in qualunque settore, inclusa l’acquariofilia.

Un intento assolutamente lodevole, la cui applicazione sta però ottenendo un risultato davvero ironico nella sua tragicità: la distruzione degli ambienti dove gli animali vivevano davvero liberi.

Basta vedere l’esempio di cui sopra, o leggere questo lunghissimo articolo uscito recentemente su Il Tascabile, a cura di qualcuno di molto più competente di me.

Una stortura che potrebbe essere evitata semplicemente aprendo Wikipedia e leggendo la definizione di catena alimentare – o leggendo l’articolo di cui sopra – ma si sa, seguire il gregge (e andare contro i “poteri forti”) è troppo importante per seguire un briciolo di logica. E naturalmente, quale occasione migliore per sfoggiare la propria presunta superiorità morale, ottenendo grandi complimenti dai propri sodali?

Ok, ho capito, però ho trovato un posto all’aperto in cui i pesci rossi ci sono già. Lo metto lì?

No. Poco sopra abbiamo accennato sia alle malattie (il tuo pesce potrebbe portare l’equivalente del vaiolo in quel laghetto o fiume) che all’enorme capacità riproduttiva di questi animali. Vuoi veramente aggiungere un altro riproduttore ad un branco di invasori?

Ma allora cosa me ne faccio di questo pesce?

L’hai acquistato o l’hai ricevuto in dono: è irrilevante; perché come accade per qualsiasi animale, ora la responsabilità è tua. Se non puoi allestire per il tuo pesciolino un acquario adeguato, seguendo la nostra guida, ti invitiamo a iscriverti al nostro gruppo Facebook per trovare un appassionato disposto ad adottare il tuo pesce rosso.

Alcuni comuni, acquari civici, e perfino alcuni centri commerciali offrono la possibilità di liberare, SU RICHIESTA, il proprio pesciolino rosso in piccoli bacini artificiali o fontane, ambienti circoscritti e controllati. Sottolineiamo: su richiesta. Prima di effettuare il rilascio, è indispensabile prendere accordi con chi di dovere.

Se il pesce è evidentemente morente, soffre, e pensi di potergli donare ultimi istanti di vita felici in libertà, non farlo. Potrebbe riprendersi, e creare tutti i problemi di cui sopra, o peggio importare una malattia letale per la fauna autoctona. Sopprimilo o attendi la sua dipartita.

Caspita, questi animali alieni sono un problema grosso! Vorrei aiutare, cosa posso fare?

Innanzitutto, non liberare mai nulla in natura, né una lumaca, né un pezzetto di pianta, né tantomeno un pesce.

In alcune regioni d’Italia è presente per tutti i cittadini l’obbligo di uccisione delle specie alloctone rinvenute. Se sei un pescatore sportivo e ti capita di pescare un pesce rosso, un siluro o un gambero rosso, sappi che l’eventuale rilascio comporterebbe per te delle sanzioni salate – e avresti perso l’occasione, nel tuo piccolo, di dare una mano.

Al momento, non esistono ulteriori iniziative dedicate al combattere la diffusione di specie invasive sul territorio italiano, o almeno io non ne sono a conoscenza: se conoscete qualche circolo, associazione o simili che si occupa di arginare questo problema, vi invito a segnalarmelo all’indirizzo orandamania@gmail.com

L’ultima cosa che puoi fare, ed è forse la più importante, è rompere le scatole. È fondamentale che TUTTI sappiano di questo problema, che ne prendano coscienza, che capiscano cosa è necessario fare o non fare per aiutare a preservare il territorio italiano. Condividi questo articolo, condividi l’articolo de “Il Tascabile” linkato poco sopra, spiega ai tuoi amici prossimi a liberare un pesciolino in natura quale disastro potrebbero provocare. Sono piccoli gesti, ma sono quelli che – in assenza di intervento istituzionale – possono avere più significato in assoluto.

Grazie a: Floriana Quaretti

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